Fast fashion:chi paga veramente
L’esatto opposto della moda etica è la Fast Fashion, letteralmente “Moda Veloce”. Veloce perché le grandi catene di fast fashion come Zara, Topshop, Benetton e Mango, solo per citarne alcune, producono enormi quantità di nuovi capi in pochissimo tempo per poter rifornire i negozi continuamente; si stima che queste catene producano e vendano una media di 55 micro-collezioni all’anno. I prodotti sono “usa e getta”, vengono cioè acquistati e usati una sola stagione e poi buttati a causa della loro bassa qualità, del cambiamento di tendenza, e soprattutto del basso prezzo sul cartellino.Per poter vendere i capi ad un prezzo così basso e mantenere i guadagni, bisogna “tagliare” i costi in qualche

Per poter avere dei prezzi così bassi, i brand usano fibre sintetiche non biodegradabili e tantomeno riciclabili, sostanze tossiche per tinture o finissaggi, inoltre eliminano gli scarti in maniera tale da inquinare tutto l’ecosistema.
In molti capi d’abbigliamento sono presenti diverse sostanze tossiche come coloranti, a volte cancerogeni, che provocano allergie, metalli pesanti, usati per fissare tinture e finissaggi, e pesticidi largamente usati nella coltivazione delle fibre naturali, oltre a un numero indefinito di materiali derivanti dalla plastica. Queste sostanze vengono tutte assorbite dal nostro copro con conseguenze che saranno visibili nel giro di pochi decenni.
La maggior parte dei prodotti, in primis i coloranti, una volta utilizzati vanno smaltiti, ma nei Paesi in via di sviluppo non ci sono leggi che regolamentano questo processo. Molti liquidi inquinanti vengono dispersi nell’ambiente senza essere depurati andando a danneggiare prima le acque di fiumi e falde acquifere, e poi di conseguenza tutto l’ambiente.
Anche attraverso la coltivazione del cotone e delle altre fibre vegetali si inquina: basta pensare alla quantità enorme di pesticidi vari utilizzati, lo sfruttamento eccessivo del terreno e dell’acqua.

Gran parte degli scarti tessili non viene riciclata ma gettata in discariche in attesa di essere smaltita, bruciando tanti tessuti si rilascia moltissima anidride carbonica, contribuendo all’inquinamento dell’aria che respiriamo tutti i giorni.
Anche i lavoratori pagano il prezzo di queste politiche economiche: i loro salari sono estremamente bassi e le loro condizioni di lavoro inumane. Da un report di Abiti Puliti, la sezione italiana di Clean ClothigCampaign, è risultato che dei venti marchi intervistati, diciannove non sono stati in grado di provare che ai lavoratori che confezionano i loro capi di abbigliamento sia stato pagato un salario con il quale sia possibile vivere in ogni parte del mondo. In alcuni paesi come Etiopia e Bangladesh i salari pagati sono un quarto di quello che dovrebbero essere, mentre nell’est Europa, come in Romania, sono soltanto un sesto. Di conseguenza nessuno di questi lavoratori è in grado di mantenere la propria famiglia e di permettere un’istruzione ai propri figli, che spesso vengono a loro volta sfruttati in queste fabbriche. Oltretutto essilavorano in pessime condizioni: edifici malsani e mal costruiti, spesso non salubri e che possono crollare da un momento all’altro.

Sono moltissimi i brand non etici, cioè che non rispettano né l’ambiente né i lavoratori, tanti infatti si rifiutano di mostrare e dichiarare come producono, dove producono e quanto vengono pagati i lavoratori.
È quindi necessario che i brand etici dimostrino ai consumatori che seguono le norme di una produzione sostenibile, che non vengono utilizzati materiali tossici e che si rispettano i diritti umani dei lavoratori.
Nel 2016 da una coalizione di sindacati e organizzazioni per l’ambiente e i diritti umani è nata “Impegno per la Trasparenza” (Transparency Pledge), una campagna per chiedere ai brand di rendere trasparenti le loro filiere produttive, per dare maggiori informazioni ai consumatori.
La coalizione ha finora contattato 74 aziende chiedendogli di pubblicare le informazioni richieste dal Transparency Pledge: di queste 22 hanno aderito pienamente, 31 solo in parte e 21 per nulla.
Le 21 aziende che non hanno aderito sono: American Eagle Outfitters, Armani, Canadian Tire, Carrefour, Carter’s, Decathlon, Dicks’ Sporting Goods, Foot Locker, Forever 21, KiK, Mango, Ralph Lauren, River Island, Sports Direct, The Children’s Place, Urban Outfitters, Walmart, Abercrombie & Fitch, Loblaws, Desigual e tutto il gruppo Inditex.Del gruppo Inditex fanno parte: Zara, Zara Home, Bershka, Stradivarius, Pull and Bear, Massimo Dutti, Oysho, Uterqüe, Tempe e Lefties.

La trasparenza è quindi l’elemento chiave per una moda etica. Introdurre leggi e normative per obbligare i brand a mostrare senza limitazioni le loro catene produttive è l’unico modo per poter ottenere la “Fair Fashion”: la moda giusta per tutti, dai consumatori ai lavoratori.
CALANGI FEDERICA, CHINAGLIA ALESSIA, MONTEMARANO MARIKA
